1993-La serie, ascolti poco entusiasmanti. Critici tv: ritratto di un Paese apatico e feroce, tragico e ridicolo, fiction meglio della storia

Ecco le recensioni di Grasso, Dipollina, Comazzi, Beatrice, Fagioli, Caverzan e Bocca sulla fiction di Sky Atlantic. Dati Auditel non eccezionali.

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RASSEGNA STAMPA su 1993-La serie (voto: 6), la fiction in onda su Sky Atlantic. Ascolti in progressivo calo (anche considerando l'on demand) fino a 400mila spettatori e inferiori rispetto ad altre fiction recenti della tv satellitare.

Aldo Grasso sul Corriere della Sera


"La serie vive su due forti idee drammaturgiche. La prima è di rendere quanto più credibili i personaggi di finzione, soprattutto l’inafferrabile Notte, per poter poi liberamente usare i registri dell’eccentrico o del grottesco per rappresentare i personaggi «veri» (Craxi, Berlusconi, Di Pietro e il pool di Mani Pulite, i fratelli Dell’Utri, Costanzo, Biscardi, Marzullo, Lerner…). E' come se la tv ci restituisse quanto voracemente hanno inghiottito in quegli anni turbinosi gli occhi di uno spettatore onnivoro. La seconda — riferita dagli sceneggiatori — è quella del «romanzo pop»: «Buttiamoci dentro tutte le nostre passioni di spettatori e le nostre frustrazioni di autori… Assumiamo il punto di vista di personaggi che apparentemente non ci assomigliano, di un campo che la narrativa italiana in genere considera avverso, con il piglio della serialità che amiamo». Ne esce così il ritratto di un Paese apatico e feroce, tragico e ridicolo, dove il «senso civico» ha lasciato il posto al «socialmente utile». Rispetto a 1992, che funzionava per tessere di mosaico (e di montaggio), in 1993 c’è più lavoro di scrittura e maggiore consapevolezza, con il dichiarato tentativo di ispirarsi a American Tabloid di James Ellroy. Così la tragedia pubblica si degrada velocemente in uno spettacolo corale. Siamo figli del Bagaglino!".

Antonio Dipollina su Repubblica


"Se il 1992 è indimenticabile figuriamoci il 1993 a patto di non scendere dalla giostra della memoria che in questo caso, nella serie con Stefano Accorsi, regia di Giuseppe Gagliardi, riprende a girare senza ritegno alcuno: sono gli anni che hanno cambiato per sempre il Paese, ma tutto è nel dettato degli autori. Ovvero portare sullo schermo l'innesco di palpitazioni e scoramenti per il paese reale, di quando la frase era 'non è possibile che stia succedendo'. Per di più ora, raccontando l'ascesa dei nuovi padroni. Esagerando sempre, anche con i sosia e nomi e cognomi, facendosi beffe delle analisi posate di 25 anni dopo: 1993 ricrea senza freni la giostra impazzita. Che a molti sembri il divertimento più grottesco nonché azzeccato e ad altri una parodia intollerabile, è del tutto naturale".

Alessandra Comazzi su La Stampa


"Anno ostico da raccontare e analizzare, nello stesso tempo vicino e lontano. Ma gli sceneggiatori hanno fatto un gran lavoro, intrecciando assai credibilmente personaggi inventati e reali. Molto, per tornare alla professionalità, lo fanno gli attori".

Luca Beatrice su Il Giornale


"L'elemento più spettacolare sta nell'uso diegetico - ovvero fortemente drammaturgico a sottolineare la tensione di particolari sequenze - della musica. Dialoghi non eccezionali, buon ritmo, piace soprattutto la visione notturna e livida dell'Italia nel buio, davvero inconsueta per il nostro Paese".

Andrea Fagioli su Avvenire


"Il registro è quello del doppio binario finzione e realtà o più precisamente della fiction pura, da una parte, e del tentativo di ricostruzione storica, dall'altra, con tanto di verosimiglianza dei personaggi. Dove la parte strettamente di fiction è decisamente migliore e coinvolgente. Lo stesso Leonardo, personaggio di fantasia, è più credibile dei vari Berlusconi e Di Pietro, ma anche di Gad Lerner e Maurizio Costanzo la cui verosimiglianza anche nel parlare finisce per dare l'idea dell'imitazione e persino, in qualche caso, della macchietta. Ancora una volta l'approccio non è però quello dell'inchiesta. Non interessa una ricostruzione oggettiva, ma lo spirito del tempo, raccontando gli anni che hanno cambiato il Paese, attraverso gli occhi e le storie di personaggi di fantasia, la cui vita si intreccia con il terremoto politico, civile e sociale che ha scosso l'Italia in quell'anno".

Maurizio Caverzan su La verità


"Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura".

Riccardo Bocca su L'Espresso


"La serie non ha l'ambizione di giudicare o riordinare quella storia ancora così calda. Preferisce la tecnica dell'affresco, o meglio del mosaico, priva è vero di esplosioni oltre i confini della genialità ma anche utile per contaminare realtà e immaginazione, ragioni e torti. Odore acre di una decadenza spacciata per rinascita".

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