Di padre in figlia, ottimi ascolti ma recensioni negative: saga familiare senza graffi d'autore e con sceneggiatura lenta e prevedibile

Ecco le recensioni di Grasso, Dipollina, Comazzi, Specchia, Degli Antoni e Fagioli sulla fiction di Rai1 in 4 puntate sulla famiglia Franza che ha ottenuto ottimi ascolti.

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RASSEGNA STAMPA su Di padre in figlia (voto: 7) con Alessio Boni (7,5), Stefania Rocca (7,5), Cristiana Capotondi (7,5) e Matilde Gioli (7). Ottimi ascolti con una media di 6,5 milioni di spettatori (share tra il 24 e il 28%).

Aldo Grasso sul Corriere della Sera


"Le saghe familiari sono un ottimo spunto per un racconto di largo respiro che, di norma, parte da un dettaglio quotidiano per aprirsi a una panoramica del Paese. E se protagoniste sono alcune donne, meglio ancora: i mutamenti della società si colgono con maggiore vividezza. Lo scorrere del tempo è caratterizzato dalla grappa (grappa barricata!), da vecchi filmati (il 1968 a Padova, l’università dei «cattivi maestri», è risolto da un disco di Fabrizio De Andrè, La canzone del maggio del 1973), da altre hit dell’epoca (Patty Pravo in particolare) e da una scenografia essenziale. La fiction di Rai1 è sempre perfetta per il pubblico di Rai1: questo il pregio e insieme il limite delle proposte di Eleonora Andreatta. Da questo punto di vista Di padre in figlia è esemplare. I temi trattati sono molto importanti (emancipazione, divorzio, aborto…), ma la sceneggiatura è sempre prevedibile, non ha mai un’impennata, un graffio autoriale. Così come la recitazione: Boni deve mostrarsi un po’ canaglia, la Capotondi impegnata, la Rocca rassegnata, la Gioli spregiudicata e così via".

Antonio Dipollina su Repubblica


"Poveri uomini, nell'Italia 50-60. Vanesi, dispotici, con una concezione di sé spropositata. Dilettanti della vita destinati a essere surclassati dalle donne, vedi l'azienda Franza, grappe pregiate a Bassano. Il capofamiglia (Alessio Boni) è accentratore e non coglie quanto succede intorno, ossia nel ramo femmine, moglie e due figlie vessate ma pronte al futuro. Di padre in figlia avrebbe un passo superiore senza il problema di dichiarare l'intento, appunto il racconto della famiglia-Paese e dell'emancipazione femminile. In realtà tra la moglie (Stefania Rocca) che riceve strane lettere dal Brasile, le figlie opposte (Cristiana Capotondi e Matilde Gioli) e i mille pezzi di futuro che bussano là fuori, ogni snodo varrebbe una storia a sé. Ma ci vuole l'insieme, come da magna tradizione in fiction: e finché corrono ascolti che fanno impallidire qualunque altro pezzo di programmazione, guai a chi la tocca".

Alessandra Comazzi su La Stampa


"Attori bravi. Delude invece la fiction. Quello che era presentato come un esempio di emancipazione femminile è in realtà la solita storia di una famiglia disastrata che cambia, per forza, con il passare del tempo e con il cambiare del Paese. Ritmo lentissimo, nessuno rischia di perdersi un passaggio".

Francesco Specchia su Libero


"Una miniserie che in me, onestamente, non ha acceso l’entusiasmo. Sarà che la trama l’ho già ingoiata e ruminata decine di volte, Trattasi della storia d’Italia attraverso quella di una famiglia in un arco di tempo che va dal 1958 ai primi anni '80. In più ci sono attori abbastanza in palla che forzano talora l’accento veneto fino alla parodia che ne fece Pietro Germi in Signore e signori: Boni il patriarca maschilista e nevrotico, Cristiana Capotondi la figlia ribelle che si iscrive a chimica all’università, Francesca Cavallin algida prostituta che si redime nel lavoro sartoria mentre studia 'da autodidatta', i miti greci con l’Odissea che offre –assieme alla sua strana amicizia- a Stefania Rocca nel ruolo della moglie analfabeta e rassegnata alla vita familiare. Non mancano le scene di perbenismo razzista con la prostituta attaccata dalle donne arroganti del paese e l’inevitabile messa incinta della figlia sedicenne di turno".

Piero Degli Antoni su Qn


"Viene da chiedersi perché si faccia fatica a uscire dall'oleografia santificatrice. Resta comunque da ammirare la cura dei particolari, a cominciare dalle pettinature architettonicamente audaci delle protagoniste femminili, alle auto d'epoca così vintage, così meravigliose. Gli sceneggiatori procedono col freno a mano tirato, adelante pedro con juicio".

Andrea Fagioli su Avvenire


"C'è qualcosa che non convince appieno. Sarà il tentativo di mettere insieme una vicenda di pura finzione dai toni melodrammatici con i drammi reali di alcuni passaggi epocali del secolo scorso, a partire dal fascismo e dal dopoguerra delle immagini di repertorio iniziali. Qualcosa stride. A poco servono gli stratagemmi come la dissolvenza tra le sequenze a colori e quelle in bianco e nero delle manifestazioni studentesche del '68 e degli scontri con la Polizia (anche in questo caso con immagini di repertorio). Il tutto nel tentativo di dare l'idea della realtà collegandola all'affresco storico di una società in rapida trasformazione. Le situazioni sono piuttosto diverse da quelle consuete degli sceneggiati della rete ammiraglia della tv pubblica. Non a caso c'è più sesso che grappa".

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