Pechino Express 4, Son Pascal a Blogo: "Ho fatto il cattivo antagonista, piangevo ma non si è visto, vincitori i 'puri'"

Pechino Express 2015 raccontato da Son Pascal (secondo classificato, Espatriati): intervista di Blogo.

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INTERVISTA A BLOGO Son Pascal lo si può odiare, massacrare e rendere protagonista della propria ironia a causa della sua spiccata competitività e voglia di arrivare al traguardo. Ma un vanto, questo "Espatriato" che arriva dal Kazakistan, ce l'ha: è l'unico concorrente della quarta edizione di Pechino Express ad essersi ricordato - durante le interviste post trasmissione - delle associazioni a cui sono stati devoluti i soldi della beneficenza. La nostra chiacchierata, però, parte dal secondo posto...

Son, come stai?

"Rosico, potevo vincere io".

Ci speravi molto nella vittoria?
"Mah, credevo nei sacrifici e nei vari sforzi fatti durante le dieci tappe... ma, alla fine, la vera vittoria è stata arrivare sino in fondo. Va bene così, i soldi sono andati comunque in beneficenza a qualcuno".

Parliamo della gara, avete perso per "colpa" del tassista brasiliano?
"Pechino Express è un programma fatto ad episodi. La finale era una tappa, più importante delle altre ma pur sempre una tappa. Noi siamo stati fortunati a trovare subito quel tassista nella favelas. Il nostro grande svantaggio, però, è stato proprio lui che si è incazzato perché non potevamo pagarlo, l'ha presa male. Quell'episodio è stato determinante".

Gli Antipodi hanno meritato la vittoria?
"Gli Antipodi erano sempre lì, le tappe venivano sempre vinte o da noi o da loro. Sono molto simpatici. Ogni storia, poi, è fatta da protagonisti ed antagonisti. Noi, gli Espatriati, rappresentavamo perfettamente quest'ultima figura: io sono un bonaccione ma a Pechino ho cacciato fuori i denti e mi sono autoetichettato antagonista. Il protagonista, senza antagonista, ha la vita facile... come succede in tutte le favole. Ci sta che la coppia più pura, alla fine, abbia avuto la meglio".

Quindi abbiamo conosciuto un Pascal diverso rispetto a quello di tutti i giorni? Molti ti hanno etichettato come "troppo competitivo"...
"L'aggettivo troppo non si può accostare alla parola competitivo, non è intelligente. Bisogna esserlo nella vita, la competitività è lo spirito del progresso. Io e Kang viviamo in posti non facili come l'Italia, c'è stato un processo difficile di adattamento ai nostri nuovi Paesi che ci ha resi più duri. E tornare in Italia, fare uno show televisivo con italiani ovvero persone più flessibili e morbide, ci ha fatto risultare più stronzi. La mia competitività mi ha aiutato a campare in un posto estremo come il Kazakistan. Ma non credo di aver giocato sporco. Mi sono tolto i miei sfizi, mi sono divertito, mi sono goduto la gara. E' chiaro che, poi, le scelte di montaggio vadano a seguire un filo logico. Ci sono state delle notti in cui ho pianto. Non sono state trasmesse perché non potevano farlo, io ero il cattivo... dovevo arrivare fino alla fine e poi perdere".

Vi hanno pure dato degli antipatici.
"E' vero, a volte possiamo esser sembrati antipatici. Ma è chiaro che durante il montaggio si predilige un aspetto piuttosto che un altro di un personaggio per la stessa dinamica di protagonista/antagonista di cui parlavo prima. Durante la tappa finale mi sono fatto male ad una gamba, mi hanno messo due punti e non l'hanno fatto vedere. Roberto si è graffiato un occhio con il ramo, l'hanno fatto piangere per mezz'ora. Ma ci sta. Io mi sono autodefinito cattivo, pur non volendolo. E' pur sempre un gioco che ha come fine ultimo la beneficenza".

Molti, quasi tutti, fra gli altri viaggiatori ti hanno messo fra i concorrenti peggiori di quest'anno. Adesso puoi vendicarti...
"Non credo di poterti rispondere. Mi sono trovato bene con tutti. Quando vinci molte tappe, poi cominci ad essere odiato. Altre persone, quelle che piangono di più, sono più compatite e vengono odiate di meno. Il nostro modo di vincere era eclatante e non piagnone. Non me la sento di odiare nessuno. Ricordiamoci che è un gioco televisivo e, soprattutto, ricordiamoci il fine ultimo: quello della beneficenza".

Non lo ricorda mai nessuno ma è importante...
"Noi abbiamo avuto dimostrazioni di affetto, sui social network, da parte di molte persone appartenenti alle onlus ed associazioni che abbiamo - grazie alla nostra vittoria e grazie alla produzione - aiutato. Siamo in contatto con loro".

Parliamo del Kazakistan. Com'è lì la tua vita? Sei molto famoso?
"Il Kazakistan mi ha regalato tanto durante gli ultimi due anni. Sono arrivato lì perché avevo conosciuto una ragazza a Londra, dove vivevo. Mi ha invitato nel suo Paese, ho colto le opportunità che c'erano nel mio campo e mi sono inventato una carriera musicale lì scrivendo canzoni, adottando la loro lingua musicale. Questo mi ha dato fortuna e adesso ho la possibilità di suonare e vivere con la mia passione. E' l'obiettivo di ogni musicista. Devo tanto a questo Paese".

E' più difficile sfondare in Italia?
"Il gusto musicale, in Italia, è più complesso. C'è molta più competitività. Lì il mercato è più aperto perché c'è meno competizione a livello musicale. Il posto è duro, le condizioni climatiche non sono semplici e le abitudini sono diverse. Noi ci lamentiamo se andiamo una settimana a Londra e dobbiamo mangiare nei fast food, figuriamoci vivere in Kazakistan per tre anni... L'esperienza kazaka mi ha reso più cinico. Pechino Express, invece, mi ha aiutato: mi ha aiutato a capire chi sono e chi non voglio essere. E' stata una bella lezione".

Hai progetti musicali magari legati al mercato discografico italiano?
"Sarebbe da stupidi non sfruttare la notorietà offerta da Pechino Express, soprattutto sul target italiano. Ho dei progetti. Intanto proseguirà il mio documentario Pascalistan su Deejay Tv. Adesso, poi, sono in Italia per scrivere in modo molto tranquillo, cautelato e pulito. Cercherò di offrire qualcosa anche all'Italia con grande serenità e senza dimenticarmi del mio pubblico in Kazakistan".

Parteciperesti a Sanremo?
"Sarenmo è la vetrina più importante per la musica in Italia. Sicuramente sarebbe un privilegio. E' chiaro che si tratta di un percorso difficile, io devo pensare alla qualità della mia musica... durante questi ultimi tre anni la mia scrittura si è adattata a quel tipo di mercato. Adesso spero di riacquisire quelle caratteristiche per scrivere qualcosa in interessante anche per l'Italia. Ci sarà da lavorare duramente ma non ho problemi a farlo".

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