Pietro Mennea-La freccia del Sud, rassegna stampa: santificazione dell'atleta, fiction sul filo dell'onore e del sacrificio

Ecco le analisi di Grasso, Dipollina, Specchia e Delbecchi sulla miniserie di Rai1. Promosso l'attore protagonista Michele Riondino.

RASSEGNA STAMPA su Pietro Mennea-La freccia del Sud (voto: 7), la fiction con Michele Riondino (7) trasmessa su Rai1 domenica 29 e lunedì 30 marzo con buoni ascolti.

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Aldo Grasso sul Corriere della Sera


"Mennea non aveva bisogno di essere «santificato», i risultati sportivi (per un atleta sono le uniche cose che contano) parlano per lui. E invece qui assistiamo a una corsa di eventi trasformati in luoghi comuni, con abuso di ralenti: l’infanzia difficile, il rapporto con l’allenatore, tratteggiato come assistente spirituale (nella prima parte Barbareschi si è riservato il ruolo drammaturgico più interessante, quello di Carlo Vittori), Monaco ‘72, la presenza di Gianni Minà, il record mondiale, il rapporto con la moglie Manuela. La costruzione è così fragile che basta un pezzo di repertorio o la voce inconfondibile del telecronista Paolo Rosi perché tutto crolli. È vero che il racconto di un grande sportivo resta impresa quasi insormontabile (deve passare molto tempo per poter «ricreare» il campione), ma da questa mini-serie era lecito attendersi qualcosa di più significativo".

Antonio Dipollina su Repubblica


"Dev'essere stato a livelli-Mennea il sacrificio di scrivere solo e soltanto scene in grado di commuovere lo spettatore. Michele Riondino ha lavorato per ricrearsi velocista - le movenze con cui imita il campione sul traguardo sono perfette - Barbareschi fa il burbero benefico. Lo scopo dichiarato era prendere il personaggio, depurarlo da tutte le asperità antitelevisive e scodellare il sogno. Obiettivo riuscito, piangendo tutti come fontane".

Francesco Specchia su Libero


"Fiction molto romanzata. Al netto del romanzesco non delude. Poca retorica. Bravi attori. Regia imprevedibilmente creativa di Ricky Tognazzi tra inquadrature a piombo e ralenty sull'espressione sgraziata del campione in corsa. Sceneggiatori, sommessamente, in stato di grazia. Una fiction intessuta nel senso dell'onore e del sacrificio".

Nanni Delbecchi su Il Fatto Quotidiano


"Seppure in fuga senza fine da siparietti deamicisiani e digressioni improbabili fino al ridicolo (l'occupazione sessantottina della Sapienza), la miniserie in qualche modo taglia il traguardo nell'incrollabile convinzione che gli ultimi saranno i primi, e si finisce per convenire che per correre più forte di tutti non basta voler arrivare, bisogna anche dover fuggire. Merito soprattutto di Michele Riondino, capace di restituire il malinconico entusiasmo in cui è chiuso il mistero Pietro Mennea".

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