Coca Cola Summer Festival, rassegna stampa: copione stanco della musica in tv, simile al Festivalbar, troppo fracasso

Ecco le analisi di Grasso, Dipollina, Specchia, Poggialini e Venturi sulla manifestazione musicale trasmessa a luglio su Canale 5 e Rtl 102.5. Tante critiche negative.

RASSEGNA STAMPA sul Coca Cola Summer Festival (voto: 6,5), la manifestazione organizzata dalla Fascino di Maria De Filippi e da Rtl 102.5, in onda ogni lunedì sera su Canale 5 per tutto il mese di luglio con ascolti progressivi in calo ma comunque superiori al 15% di share.

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Aldo Grasso sul Corriere della Sera


"Il copione è ormai consueto: tantissimi artisti italiani, quasi nessun ospite internazionale; un’alternanza tra cantanti affermati (da Renga a D’Alessio, da Nek a Enrico Ruggeri) e nuove leve dei talent (i Dear Jack freschi di Amici), del rap (Emis Killa) o di entrambi (Moreno); una gara per giovani artisti (anche loro spesso passati dai talent) giusto per vedere l’effetto che fa. Anche a livello televisivo la cerimonia si trascina stanca, tra classifiche dei brani preferiti dalle radio, premi di puntata e alla carriera, e qualche scambio di battute prima o dopo le esibizioni. L’entusiasmo un po’ tirato della Marcuzzi - che canta, racconta, tira in ballo le sue amicizie - non basta, se poi le sole grandi idee sono quelle che servono a tenere sul palco il più a lungo possibile una Laura Pausini fresca del successo su Rai1, o le inquadrature sul pubblico con smartphone e Coca-Cola in mano. Anche il risvolto social, con l’hashtag promozionale #dilloconunacanzone, riduce la sua portata se lo show non è in diretta".

Antonio Dipollina su Repubblica


"È un lavoro estivo, ma qualcuno deve pur farlo. Ovvero la rassegna di canzoni dell'estate (aria di tormentoni: zero) che passano settimanalmente in tv con quell'approccio che tende a far finta che ci siano ancora i juke-box. Una cosuccia provvista di robusto sponsor, come si può notare, per cui succede che la conduttrice Alessia Marcuzzi parla per mezz'ora della bevanda e poi dice: ci vediamo tra poco dopo la pubblicità. Però: al netto di toni ed esaltazioni post-anni Novanta di tipi e tipe che hanno ballato alcune estati, meglio tendere l'orecchio. Tra un Renga che ha un buon pezzo e altri misconosciuti (due o tre, i nomi? Bè, se lo facciano un nome, c'è caso che ci riescano), la media di cose decenti da ascoltare sembra superiore che in passato. Magari è per colpa-merito della crisi. Da dimenticare invece tutti quelli che vanno sul palco e fingono che sia ancora un decennio fa".

Francesco Specchia su Libero


"Il Summer Festival, come il Festivalbar, possiede una sua rassicurante e torpida struttura iterativa. E cioè: i cantanti più fighi in circolazione: nessuno che prevalga sull'altro, nessuno che c'entri un piffero con l'altro; e le piazze luccicanti di flash e gonfie di ragazzi esagitati un tempo con kodak incorporata, ora sventolanti iPad o smartphone; e due conduttori di solito ornamentali, ma di un ornamentale necessario alla causa. Non cadrò nell'errore di affermare che è troppo facile piazzare le telecamere in mezzo al casino, fregarsene di uno straccio di scrittura e affidare al solo carisma dei cantanti e delle canzoni la partita dell'audience. Non cadrò nell'errore perché la liturgia del festival estivo è semplice gas esilarante del palinsesto, che nulla toglie e nulla aggiunge. E anche anche perché anni fa, in mezzo a quell'allegro bordello, c'ero anch'io...".

Mirella Poggialini su Avvenire


"È il fragore, unito allo sfolgorio accecante e mutevole delle luci scintillanti per ogni dove a definire già alle prime il clima del concerto dedicato all'estate. Coca Cola Summer Festival, che Canale 5 manda in onda spezzettato a puntate come un telefilm, con il gusto spento della replica. Dominano lo strillo, la risata forzata, le smorfie e i gesti di chi va sul palco a interpretare se stesso e ad esibirsi senza freni, scambiando la frenesia per allegria. Lo spettacolone ha proposto a ritmo forzato divi e pre-divi, ha abbacinato con lampi sferzanti e voci che si superavano a vicenda, negli intervalli fulminei fra le canzoni, con battibecchi forzati e volonterosi, ma vani, nel cercare colloquio e divertimento. Le canzoni? Quasi un di più".

Valerio Venturi su Il Fatto Quotidiano


"Sembra di essere tornati all'epoca del Festivalbar. Tempi di relativa, minore crisi economica. Tempi antichi, quelli originari, in cui non si usavano parole ammorbanti come talent, award, backstage, room, icon, abusate perchè si sa che l'inglese sprovincializza. Tempi con altri protagonisti".

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