Puccini, la fiction fa infuriare i melomani. Rassegna stampa: miniserie quasi scolastica, ricorso scontato al flashback, lui sembra un tronista

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La fiction Puccini (voto: 6), in onda domenica e lunedì sera su Raiuno, se ha brillato sul piano degli ascolti, non ha per nulla convinto gli appassionati melomani e i critici televisivi. "Povero Puccini, neanche la musica gli hanno lasciato. Forse Frisina esce da I raccomandati", sospira feroce al Corriere della Sera Enrico Stinchelli, con Michele Suozzo conduttore su Radiotre de La barcaccia, imprescindibile punto di riferimento per chi ama l'opera. "Lunedì mattina ci hanno sommerso di mail e messaggini per inveire contro la prima puntata. Infarcita di banalità e luoghi comuni in perfetto stile Rai Fiction. Che sia Puccini, Leonardo o Padre Pio, è sempre la stessa pappa. E poi Baricco viene a dire di dar più soldi alla tv... La tv oggi sa fare solo questo".
"Volevo vederla ma dopo aver sentito ripetere per l'ennesima volta Turandò, alla francese, ignorando che sia un nome cinese, inventato da Gozzi, beh... ho pensato che era meglio lasciar perdere e ho spento la tv", si arrabbia Fiorenza Cedolins, soprano tante volte impegnata in titoli pucciniani, da Turandot appunto a Bohème, Tosca, Manon Lescaut. Di ignoranza e disprezzo per il pubblico parla Paolo Benvenuti, regista di Puccini e la fanciulla, applaudito alla Mostra di Venezia e al Festival di Rotterdam: "Un filmato sciatto già nei dettagli, nella saracinesca moderna che si vede, nel muro di cemento anni '60, nelle pettinature femminili sbagliate". Ma il vero guaio, assicura, è la sceneggiatura (firmata da Francesco Scardamaglia con Nicola Lusardi e Fabio Campus): "Hanno infarcito la storia di errori, non ultimo il ribadire che Dora fosse l'amante di Puccini". "E poi far dire a Boni-Puccini che Elvira è il suo grande amore quando lo sanno anche i sassi che la poverina veniva tradita con tutte...", aggiunge Giovanna Lomazzi, vice presidente Aslico, l'associazione Lirico Concertistica italiana. Scandalizzato anche il regista Filippo Crivelli: "Il rapporto tra Puccini e l'editore Ricordi è ridicolo, e così pure quello con i librettisti Illica e Giacosa, qui mostrati come macchiette mentre erano fior di intellettuali della Scapigliatura. Ridateci Bolchi!" implora, ricordando il celebre sceneggiato anni '70 con Alberto Lionello. "Altri tempi. Io che sono stato consulente di Bolchi posso assicurarlo - interviene il regista Beppe De Tomasi - Oltre a Lionello nel cast c'erano Tino Carraro, Ilaria Occhini, Ingrid Thulin... Meglio riproporre quella vecchia produzione che spendere soldi per una nuova produzione così scadente". "A me non sembra poi così male, la fotografia è bella - la difende Massimiliano Simoni, presidente del Festival pucciniano -  Nel complesso il mio giudizio è positivo. Certo la musica di Puccini si sente poco. Prevale il gossip. Un Puccini di oggi. Puccini ai tempi della Fattoria".
Aldo Grasso per Il Corriere della Sera ---> Vienna 1924. Giacomo Puccini (Alessio Boni) è gradito ospite della capitale austriaca per un grande concerto in suo onore. Artista di fama mondiale, non riesce a trovare la musica giusta per Turandot, l'opera che sta componendo. A questa difficoltà creativa si somma l'inquietudine per una malattia alla gola. Il maestro incontra una giovane e carina giornalista, Liza Berman (Francesca Cavallin) che lo costringe con le sue domande a tornare alle fonti della sua vocazione di musicista... Tac, inesorabile, parte il flashback. Per il bene e la rinascita della fiction italiana, il governo dovrebbe predisporre una moratoria che vieti per un anno almeno tre cose: 1) la biografia di uomini illustri sotto forma di agiografia; 2) l'espediente retorico del flashback che costringe il protagonista, colto in età matura, a ripercorrere la sua infanzia, in genere difficile; 3) l'aria del Nessun dorma dalla Turandot, ridotta ormai, per eccesso di uso, a vero oggetto di chincaglieria musicale, o analogo espediente. Come è facile intuire, Puccini, che si inserisce nel quadro degli eventi realizzati per le celebrazioni del 150˚ anniversario della nascita del maestro, soffre dei tre peccati appena denunciati. Scritta da Francesco Scardamaglia, Nicola Lusardi e Fabio Campus, diretta dal pur bravo Giorgio Capitani, la miniserie appare molto tradizionale, oleografica, quasi scolastica: mai un'invenzione linguistica, mai un assolo recitativo, mai un momento di commozione. Viene quasi da rimpiangere il Puccini di Sandro Bolchi con Alberto Lionello e Ilaria Occhini (1973); almeno gli attori sapevano recitare. Per non dire del Puccini di Carmine Gallone con Gabriele Ferzetti (1952) o di Casa Ricordi, sempre di Gallone (1954). Tramontate, stelle! Tramontate, stelle! All'Alba Parietti vincerò!  
Alessandra Comazzi per La Stampa ---> Una volta, almeno una volta, sarebbe bello incontrare una fiction biografica di Raiuno che non parte dalla fine, che non usa l'espediente del flashback per raccontare vita, morte e miracoli del protagonista. Si potrebbe partire dall'inizio, o almeno dalla metà. E così si vedeva Puccini ma poteva essere qualche papa, un pittore, uno scienziato, un politico. Sempre la stessa cosa, gli stessi tempi lunghi e larghi, diversi soltanto i dettagli biografici. 
Mirella Poggialini per Avvenire ---> Un'ombra di noia - quel­la che la Tv ripetitiva sempre più spesso stende sulle serate italiane - ha accompagnato la prima puntata, su Raiuno, del Puccini di Giorgio Capitani, al quale Ales­sio Boni (l'unico, oltre a Andrea Giordana/Ricordi) ha cercato invano di dare nerbo e spirito, in una incolore compagnia di interpreti inerti e passivi, incasellati in brevi "quadri" da cartolina. Il solito flashback d'avvio - Puccini malato e an­ziano che ripercorre la sua vita - e le solite citazioni enfatiche delle quali si alimenta passivamente la fiction italiana che nelle biografie tv colloca indif­ferentemente santi e scienziati, maestri e artisti, fa­cendo di ogni erba un fascio con indifferenziato sti­le e con un rassicurante rimando agli sceneggiati di quarant'anni fa (ma Casa Ricordi di Mauro Bo­lognini, quattordici anni fa, fu ben altro). Peccato, perché l'umanità del personaggio è stata soltanto sfiorata, a danno di una ricognizione che - impre­sa difficile ma non impossibile - collegasse auto­re ed opere in un contesto plausibile, definendo u­na personalità certamente complessa ma co­munque affascinante. La responsabilità degli sce­neggiatori è primaria, in questo affossamento del protagonista nella banalità: la cronologia degli e­venti è considerata essenziale, con scarsa inventi­va, e la litania delle situazioni non prescinde dal­l'ovvio, nel tentativo di coinvolgere, in una sorta di fotoromanzo televisivo, anche il pubblico meno informato e più distratto. Il che è certamente me­ritorio, ma non dovrebbe prescindere - e qui il di­scorso si allarga alla fiction in genere, non soltan­to all'attuale Puccini - da una valutazione artisti­ca, dall'originalità dell'impianto, dalla creatività degli autori, cosa che nella prima puntata non si è vista.
Davide Turrini per Liberazione ---> Impossibile individuare nel Puccini diretto da Giorgio Capitani una sorta di qualsivoglia personale ispirazione, taglio, insolito punto di vista su vita e vicende del celebre compositore. Davanti al naso si palesa la solita minestra generalista nella scrittura come nel colore, nel ritmo del racconto come nella recitazione. Puccini è Alessio Boni corrucciato e vibrante donnaiolo che con sigaretta e tempie imbianchiate sbatte manate sul pianoforte vista l'impossibilità di portare a termine la Turandot. I biografi del maestro toscano raccontano che nonostante l'attaccamento materno alla moglie Elvira, Puccini avesse bisogno continuo d'ispirazione al femminile e lì nella Vienna del 1924, con un tumore alla gola e gli impresari che gli saltellavano intorno per decidere la scaletta della serata in suo onore, il maestro si arenò e lasciò il suo ricordo ai posteri. Per la fiction Rai è invece l'attacco narrativo per riaprire e squadernare ricordi d'infanzia, anni dell'apprendimento e primi successi. L'andamento drammaturgico di tutte le fiction Rai può essere riassunto nell'uso spasmodico e urticante del flashback: da Coco Chanel e Einstein tutte le miniserie dell'ammiraglia di stato armeggiano sugli stralci rivelatori del passato come unico elemento di senso. In aggiunta per Puccini c'è anche la pastosità tutta mitteleuropea nella fotografia alla Commissario Rex che riempie di chiaroscuri (molto chiari e poco scuri) interni ed esterni in costume.
Stefania Carini per Europa ---> Vince il cronachismo, che può anche avere un senso, ma del perchè Puccini fosse Puccini (musicalmente, si intende) nulla sappiamo. A un certo punto la giornalista gli fa una domanda da talk show: "L'amore per te è come una colpa da espiare". Puccini risponde con tono da indolente tronista: "E' quello che mi è successo nella vita". E lei: "Anche nella tua musica è così". Lui: "Ho sempre seguito i gusti del pubblico". Lei (più Costanzo che mai): "Raccontati la verità. Hai sempre parlato di te". La pecca di fondo di questi biopic è di voler spiegare pedissequamente l'opera con la biografia. Si crede cioè che attraverso l'elenco dei fatti di una vita sia possibile capire la genialità dell'opera. E così succede che pure i fagioli diventino fondamentali per capire la musica di Turandot.
Mariano Sabatini per Metro ---> Brutto risveglio per chi aveva potuto ricrearsi con Tutti pazzi per amore. Al suo posto, l'ennesimo pasticcio sentimentalista, stavolta addirittura in chiave di melodramma, infarcito di flashback da una regia d'ordinanza (del buon vecchio Capitani), e avvilito da un commento musicale troppo invadente (di don Frisina, prete musicista). Puccini è Alessio Boni, attore dalla immobile espressività, alla perenne ricerca del profilo migliore per il faccino da top model. C'è la crisi, perché avvilirsi con le incertezze e la tosse di un musicista trapassato?
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