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Anticipazioni sulla trama, sui personaggi e sul cast della serie in due puntate in onda in prima serata su Rai1 domenica 27 e lunedì 28 maggio alla vigilia delle Olimpiadi 2012.
Nei campi di detenzione militari di Langwasser e Woldenberg, ai confini di Germania e Polonia, furono rinchiusi dai tedeschi prigionieri di guerra di numerose nazioni europee. E' in questi luoghi, dalla fama triste per la durezza delle condizioni di vita, che si svolsero nel 1940 e nel 1944 edizioni clandestine di competizioni olimpiche: la XII e la XIII Olimpiade, che ufficialmente risultano come non disputate a causa della guerra.
Furono i reclusi in quei campi di prigionia che scelsero di riscattare la propria dignità di esseri umani tenendo alta la bandiera dello sport e della civiltà di fronte alla barbarie nazista.
Prende spunto da quegli eventi il film tv L'Olimpiade nascosta che Rai1 propone al pubblico anche in vista della prossima edizione delle Olimpiadi di Londra 2012. Interpretata da Cristiana Capotondi (voto: 7,5) e Alessandro Roja e con Gary Lewis, Andrea Bosca e Johannes Brandrup, coprodotta da Rai Fiction e Casanova Multimedia, la miniserie andrà in onda in due puntate, domenica 27 e lunedì 28 maggio in prima serata.
Primavera 1944. La regione al confine fra Polonia e Germania. Il conflitto ha subito un graduale capovolgimento di fronte, e la forza militare tedesca, che sembrava invincibile, sta subendo rovesci drammatici. Un camion militare nazista attraversa strade sconnesse e bombardate. A bordo, fra gli altri, due prigionieri italiani: Mario e Vittorio. Mario è un concentrato dei difetti italiani: opportunista, individualista, spaccone. Vittorio è un giovane strappato agli studi: timido, intellettuale, schivo.
Tutti e due sono diretti ad un campo di prigionia tedesco. Nello stesso momento un altro camion porta un carico di ebrei. Una madre disperata approfitta di un rallentamento per far cadere, in strada, il suo bambino di sei anni, Joel: lo affida alla sorte per sottrarlo a morte sicura.
Mario e Vittorio si rendono presto conto che la situazione al campo è insostenibile. Il comandante, il maggiore Weber, è un uomo crudele e sommario nelle punizioni. Nell'ora del declino del Reich continua a credere ottusamente al futuro trionfo del nazismo e sfoga le sue frustrazioni sui prigionieri, umiliandoli e sfinendoli con l'intento di ridurli a mere cose, privandoli della loro dignità e umanità.
Nel campo fra i prigionieri regna quindi l'anarchia, la legge del più forte, abbrutiti, tutti sono nemici fra loro. L'unico che si distingue è Alex, un ufficiale inglese che lotta con tutte le sue forze per mantenere la sua dignità di uomo e che guarda con dolore all'abbrutimento dei compagni di prigionia.
Durante un'estenuante giornata lavorativa all'esterno del campo, Mario trova per caso un bambino apparentemente abbandonato. E' il piccolo Joel, rifugiatosi lì dentro. E' chiaramente denutrito e semiassiderato, e Mario non può far altro che bussare alla casa più vicina. Gli apre una ragazza polacca, Kasia. E' sospettosa, diffidente, spaventata. Ma davanti al piccolo abbandonato, e alle insistenze di Mario, prende il piccolo ebreo in casa con sé.
Desideroso unicamente di salvarsi la pelle anche se il prezzo è far buon viso con i tedeschi, Mario senza rendersi conto comincia piano piano ad interessarsi alla sorte di quel bambino sconosciuto e della donna a cui l'ha affidato.
Alex, che l'osserva da tempo, comincia a notare fra le pieghe dell'egoismo di Mario la nascita di sprazzi di generosità che lo spiazzano e contemporaneamente lo avvicinano a lui.
Ed è proprio Alex ad avere l'idea che cambierà i destini di tutti loro: in un mondo libero, in quel mondo che i tedeschi stanno tentando di fargli dimenticare, dice, nell'estate del 1944 si celebrerebbero le Olimpiadi. Da ex atleta, propone agli altri prigionieri di disputare, di nascosto dai tedeschi, i giochi olimpici. E' il modo, dice, di cercare di recuperare dignità e integrità umane.
I reclusi discutono fra loro. L'idea è pericolosa, ma affascinante, e piano piano si fa strada...
Intanto Mario si trova sempre più coinvolto nei confronti di Kasia e di Joel. Quella donna e quel bambino gli entrano nel cuore tanto che senza rendersi conto comincia a pensare a loro come alla propria famiglia e a rischiare sempre di più pur di vederli anche solo un attimo, pur di stringerli a sé.
Mentre nel campo i preparativi per le Olimpiadi segrete procedono a costo di grandi sacrifici ed enormi rischi, fra i prigionieri qualcosa comincia a cambiare ed una forza nuova sembra impadronirsi di loro...
Ma un tentativo di fuga getta il campo nel terrore: per ogni prigioniero che fugge ne verranno fucilati dieci e fra i condannati c'è anche Mario. Kasia assiste sgomenta all'esecuzione e fugge disperata credendo Mario morto. Quello che la ragazza non sa è che Weber ha inscenato, sadicamente, una finta esecuzione, salvo poi sparare personalmente alla tempia del prigioniero che aveva tentato la fuga.
Nel campo, l'ennesimo episodio, scatena la rabbia di tutti. In molti discutono se di fronte ad una crudeltà simile abbia ancora senso spendersi per disputare le Olimpiadi ma alla fine ognuno sente che non è disposto a rinunciare a quella scintilla di ritrovata dignità che ha sentito nascere dentro di sé nella prospettiva di gareggiare da uomini. Le Olimpiadi dunque si faranno.
Mario rischia il tutto per tutto per andare da Kasia, sapendo che lei lo crede morto ed arriva giusto in tempo per difenderla dall'aggressione del suo ex fidanzato che, appena tornato dal fronte, non accetta che lei lo rifiuti.
Mario Vede Eric su di lei e lo aggredisce. Combattono, ed è solo con l'aiuto di Kasia che Mario ha la meglio, e riesce ad uccidere Eric. Lui e Kasia, ancora sconvolti dall'accaduto, seppelliscono il corpo di Eric in giardino.
Il giorno dopo è quello dell'inizio delle Olimpiadi. Con commovente solennità si dà inizio ai Giochi. Contemporaneamente, delle SS entrano in casa di Kasia. Cercano proprio Eric, che non si è presentato in caserma. Hanno i cani, che si mettono ad annusare, fino ad arrivare in giardino. Scavano.
Intanto, al campo, le guardie si sono accorte che qualcosa non va ed arrivano a scoprire i prigionieri...
Da Kasia, intanto, i cani smettono di scavare: hanno trovato qualcosa. Ma è soltanto un falso allarme. Kasia tira un sospiro di sollievo, ma la voce di una SS la fa voltare: il tedesco ha con sé Joel e chiede a Kasia chi sia e da dove venga quel bambino...
In un silenzio gravido di paura gli atleti vengono pestati a sangue. Intanto Kasia è al comando della Gestapo con l'accusa di aver protetto un ebreo. La interrogano fino allo sfinimento, chiedendole conto anche della sparizione del suo ex fidanzato. Ma lei tiene duro, vuole restare in vita e libera per ritrovare Joel, che le è stato sottratto. L'uomo che la interroga è disposto a lasciarla andare se lei cede alle sue avances: nessun prezzo è ormai troppo alto pur di ritrovare Joel e Kasia, nonostante l'orrore, cede.
Ma poi l'uomo non mantiene la promessa: libera lei, ma non Joel che così resta nelle mani dei tedeschi. Kasia torna a casa scioccata, piena di sensi di colpa. E con un pensiero fisso: ritrovare il bambino.
Kasia scopre che Joel è internato in un campo di transito, attiguo allo Stalag di Mario. Un ex stadio trasformato in campo di concentramento, dove i tedeschi ammassano antinazisti, ebrei e zingari prima di portarli a morire nei campi di sterminio. Sapendo la fine a cui è destinato il bambino, Kasia esce quasi di senno. E prende la terribile decisione di consegnarsi di nuovo alla Gestapo. Vuole raggiungere Joel, stare con lui. Non può abbandonarlo. Ormai è suo figlio. In un ultimo, drammatico incontro Kasia informa Mario di quanto è in procinto di fare. Lui non riesce a fermarla. E' disperato. Dopo Joel perderà anche quella che ormai è la donna della sua vita.
Intanto, nello Stalag, Weber ha maturato un'idea a suo dire grandiosa: lasciare che i prigionieri disputino le gare che hanno preparato. Ma non di nascosto e, soprattutto, con la partecipazione della squadra tedesca. Quelle gare dovutamente propagandate, e naturalmente vinte dalla Germania, passerebbero alla storia come le XIII Olimpiadi, quelle che il Cio ha annullato per via della guerra. Sarebbero un dono per il Fuher, alzerebbero il morale alle truppe e per Weber rappresenterebbero una rivincita contro quelli che nel Reich gli hanno troncato la carriera. Sa già dove farle svolgere: nel vecchio stadio accanto allo Stalag che temporaneamente è stato adibito a campo di transito...La proposta, fatta ai prigionieri, viene discussa animatamente dal consiglio dei rappresentanti. C'è chi ne vede soprattutto i vantaggi: si avrebbe la possibilità di mangiare di più e di lavorare di meno. Ma i più sono contrari, argomentano che non si può gareggiare con chi li affama, li maltratta e calpesta ogni giorno la loro dignità.
Intanto Mario, disperato per aver perso Kasia e Joel, viene contattato dai membri della Resistenza i quali suggeriscono che le Olimpiadi possano essere usate per distrarre i tedeschi e far fuggire le donne e i bambini prigionieri al campo di transito.
Mario si precipita ad informare Alex della proposta e l'inglese è immediatamente favorevole. Salveranno vite umane, sarà la loro battaglia contro i tedeschi, il loro contributo ad accelerare la fine del Reich. I suoi argomenti sono forti, la bilancia propende rapidamente per il sì. Solo uno, alla fine, esprime il pensiero di tutti. E cioè che è terribile, dopo tutto quello che hanno passato, fare le loro olimpiadi per veder vincere i tedeschi.
Ma Alex ribatte: nelle condizioni in cui sono, basterà che uno solo di loro vinca una gara perché tutti vincano le Olimpiadi. Weber pretende solo una cosa: che la quinta e ultima gara sia un incontro di pugilato. E annuncia che lui stesso salirà sul ring.
Si forma una specie di comitato olimpico con a capo Alex. Si scelgono gli atleti in base alle discipline. Anche Mario vuole partecipare. Gareggerà nella corsa. Cominciano gli allenamenti. Gli atleti ce la mettono tutta per battersi almeno alla pari coi tedeschi. Lentamente cominciano a comportarsi come se facessero parte di un'unica squadra sovranazionale. Una sorta di resto del mondo contro la Germania.
Ma una brutta notte tutto precipita. I guardiani irrompono nelle baracche gridando che è scappato un uomo. Partono le ricerche, ma sono inutili. E allora il terrore cala sulla Stalag. Perché la regola di Weber è chiara: per ogni uomo fuggito ne verranno fucilati dieci. Viene fatta la decimazione. Ma ecco che si fa avanti Alex e chiede di prendere il posto di un giovane uomo che ha appena avuto un figlio. Lo scambio viene accettato e Alex muore da eroe. Ma prima lascia il testimone del comando a Mario. Sa che può farcela. In lui fin dall'inizio ha visto qualcosa di più delle apparenze. Il giorno delle Olimpiadi Weber siede tronfio nel palco d'onore insieme al ministro dello sport. Le tribune sono gremite, e c'è anche un settore destinato ai prigionieri. I nostri sanno di avere poche chance: la squadra tedesca, compatta e organizzata, mette timore solo a guardarla. Ma si impegneranno allo spasimo per portare a casa qualcosa. Consapevoli che dietro le baracche si sta giocando un'altra partita. Ben più vitale. Una dopo l'altra si dipanano le gare. Straordinariamente, e attuando un accorto gioco di squadra, i nostri riescono a vincerne due su quattro. Weber schiuma rabbia: non pensava sarebbe andata in questo modo, non è questo che ha promesso al ministro. Ma ora tocca a lui, e deve vincere assolutamente. Mentre si appronta l'ultima gara, superando lo sbarramento dei guardiani, Mario riesce a raggiungere l'altra parte del campo per dare un ultimo saluto a Kasia e Joel. Parecchi reclusi sono già fuori del campo, ma uno dei camion predisposti per la fuga è in ritardo. I partigiani hanno bisogno di altro tempo, chiedono di fare in modo che l'ultima gara duri il più a lungo possibile.
Mario si rende conto che ha la possibilità di scappare anche lui. Ma se lo facesse, dieci dei suoi compagni morirebbero. E così rinuncia. Torna dai suoi compagni, per scoprire che un guardiano ha rotto due dita al pugile russo. Un ignobile espediente di Weber per essere sicuro di vincere.
La situazione è critica, conciato in quel modo il russo non potrà resistere molto. Mario sa che è in ballo la salvezza di Kasia e non si tira indietro. Sarà lui a salire sul ring. A combattere con Weber. E che Dio gliela mandi buona.
Comincia l'incontro, un round dopo l'altro. Il tedesco pesta come un maglio, Mario è una maschera di sangue, traballa, va al tappeto, ma ogni volta si rialza. E' un osso duro e Weber comincia a preoccuparsi, vuole una vittoria eclatante, per KO. E così, in un corpo a corpo, sibila all'orecchio di Mario una minaccia: deve gettare la spugna, o il prezzo sarà la sua vita. Mario oscilla, si appoggia alle corde, gli occhi gli roteano, le gambe si piegano. Poi, liberatorio, arriva il gong. E finalmente arriva quel benedetto segnale della Resistenza. E' fatta, i prigionieri sono scappati, Kasia e Joel sono liberi. Mario può gettare la spugna. E in effetti sta per farlo. Ma poi si guarda intorno, vede i suoi compagni infervorati, sente le loro voci che lo incitano, che tifano per lui. Mario sospira. Sa che il prezzo della sua vittoria sarebbe molto alto ma sa anche che vincere quella gara vuol dire riaffermare la dignità di ogni essere umano contro la barbarie nazista.
E allora, al gong, raccoglie le sue ultime energie. Va in mezzo al ring. E vince.
''Mario - spiega Roja - è una ragazzo di strada, un po' spaccone che tira di boxe. Il suo pensiero è portare a casa la pelle, ma è costretto ad aprire gli occhi. Un soldato inglese Alex gli insegna a guardare avanti. Si fa coinvolgere nel tentativo di salvare la vita a un bambino ebreo e soprattutto impara l'amore proprio li' dove non sembra esistere speranza, in questa follia che è la guerra".
La Capotondi dichiara: "La vita chiama Kasia a diventare madre e lei non si tira indietro. Sa che rischia la vita, ma il suo atteggiamento di chiusura per proteggersi dall'orrore si trasforma in amore. E' senza dubbio uno dei ruoli che mi hanno coinvolta di più emotivamente. Ho immaginato quella donna come potesse reagire di fronte alle atrocità dell'Olocausto. Nel film c'è l'epica dello sport e un tema come l'Olocausto, che amalgamate alla storia d'amore credo facciano la forza di questa grande storia".
"La vera sfida - sottolinea il regista Alfredo Pejretti - era quella di raccontare una storia d'amore e di sport, quindi una storia di sentimenti e di performance fisiche, in un luogo dove morirono 33 mila internati". Il film è infatti girato a Theresienstadt, l'antica fortezza a forma di stella vicino a Praga, che proprio i nazisti trasformarono in campo di prigionia e di transito verso i luoghi di sterminio.
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